“I segreti di Gray Mountain”, la recensione

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Un attacco frontale e senza pietà alcuna alle grosse società minerarie che devastano il territorio dei monti Appalachi, nell’est degli Stati Uniti, per estrarre il carbone con l’abominevole pratica dello strip mining. Di contro, una difesa della povera gente del posto che subisce sulla propria pelle le prepotenze, le illegalità, le violenze, le distruzioni ambientali della grande industria carbonifera, la “Big Coal”. Da cui, tuttavia, dipende in larga parte l’economia locale.

Questo è il cuore de “I segreti di Gray Mountain“: intorno, c’è praticamente “tutto” John Grisham, vecchio e nuovo, con la sua capacità di raccontare argomenti impegnativi senza perdere di vista l’obiettivo di intrattenere il pubblico.

LE NOVITA’

Non si vedeva una protagonista femminile dai tempi de “Il rapporto Pelican“, ed ecco a voi Samantha Kofer, giovane e promettente avvocato che all’improvviso, perso il lavoro, si ritrova catapultata da un prestigioso studio di New York a una sperduta cittadina di montagna della Virginia, dove suo malgrado otterrà un posto da stagista non pagata presso il gratuito patrocinio.

La causa di questo sradicamento è la crisi finanziaria del 2008, che funge da inquadramento iniziale e finale della vicenda narrata: John Grisham contestualizza dunque il suo romanzo in una situazione storica attuale.

C’è spazio per una storia di sesso, descritta con toni che fanno pensare addirittura a Nicholas Sparks. Con la differenza importante, però, che qui si tratta soltanto di sesso, in quanto la protagonista rifiuta esplicitamente qualsiasi altro coinvolgimento sentimentale.

IL GRISHAM “CLASSICO”

John Grisham,Ecco alcuni dei leit-motiv che hanno fatto grande John Grisham, presenti nel romanzo:

  • la critica ai grandi studi legali delle metropoli e alle loro totalizzanti condizioni di lavoro;
  • l’opposta realtà del gratuito patrocinio nelle aree più povere;
  • la vita nelle cittadine di provincia con i loro curiosi e controversi personaggi;
  • gli avvocati specializzati in risarcimento danni, dipinti come pavoni che fanno la ruota saltando da un posto all’altro a bordo di lussuosi jet;
  • un minimo accenno allo sport sotto forma di partita di football che scorre sullo schermo di un locale.

Ci sono poi altri piccoli richiami qua e là che agli attenti seguaci grishamiani non saranno sfuggiti. Ad esempio la passione per il volo da turismo e l’accenno a modelli di piccoli aeroplani (che troviamo ne “La convocazione” e “Il re dei torti“), oppure un antipatico agente Fbi che si chiama Frohmeyer, esattamente come l’altrettanto detestabile vicino di casa di “Fuga dal Natale“. Per non parlare dello studio legale Scully & Pershing attorno a cui ruota “Il ricatto” e al quale, stavolta, Grisham riserva un’ingloriosa fine.

ALCUNE PECCHE DI TRADUZIONE

jg_sportsbarQualche sbavatura emerge qua e là dalla traduzione italiana di Nicoletta Lamberti. “Il giorno di Thanksgiving” non suona così bene rispetto a quanto farebbe un più fluido e comprensibile “giorno del Ringraziamento“.

Le tipiche espressioni americane “Big Law” e “Big Coal” – termini generici che si riferiscono alla realtà d’insieme rispettivamente dei grandi studi legali e della grande industria carbonifera – nella versione in italiano sono purtroppo tradotte come se fossero una singola società o persona (“di Big Law“, invece di un più corretto “della Big Law“).

Infine, ciò che a un certo punto della narrazione, è stato tradotto con “bar dello sport” in realtà si riferisce a uno “sports bar“: mentre in Italia con bar dello sport si indica il “baretto” di quartiere in cui gli avventori discutono in maniera più o meno appropriata di calcio, negli Stati Uniti lo “sports bar” è un particolare tipo di locale, poco o per nulla diffuso dalle nostre parti, in cui i clienti si fermano a guardare gli eventi sportivi su grandi schermi.

Fuga dal Natale

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john_grisham_fuga_natale_krank“Dare buca” al solito Natale e andarsene in crociera ai Caraibi? E’ il sogno di molti. Luther Krank ha deciso: niente spese per gli addobbi, il pupazzo Frosty sul tetto di casa, i regali, i pranzi, le donazioni a questo o a quello… Niente di niente, si va ai Caraibi: i soldi che a ogni Natale escono dal portafogli, stavolta si spendono al mare!

Luther e la moglie Nora, ritrovatisi soli dopo la partenza della figlia Blair, appena laureata, per una missione umanitaria in Perù, decidono una clamorosa “fuga dal Natale” e da tutto il suo consumismo. Il piano è pronto. Ma Luther e Nora non hanno fatto i conti con l’invadenza dei vicini di casa – vivono in un tipico sobborgo dell’Illinois – e con la potenza di quella che, comunque, resta pur sempre la festa più bella e coinvolgente dell’anno…

LIBRO E POI FILM

Fuga dal Natale” è un romanzo di John Grisham del 2001, uscito in Italia nell’anno successivo. Titolo originale: “Skipping Christmas“. Nel 2004 ne è stato tratto il film diretto da Joe Roth, omonimo solo nella versione italiana (“Fuga dal Natale“, appunto), mentre il titolo originale per il grande schermo è “Christmas with the Kranks“.

Protagonisti del film Tim Allen nel ruolo di Luther Krank, Jamie Lee Curtis nei panni di Nora, mentre Dan Aykroyd (che molti ricorderanno come uno dei due Blues Brothers) è Vic Frohmeyer, il volitivo e antipatico capoquartiere che comanda l'”assedio” ai Krank per far sì che trascorrino il Natale a casa come tutti gli anni…

UN GRISHAM DA COMMEDIA

Fuga dal Natale“, libro e film, sono assolutamente da leggere e da guardare nei giorni che precedono il 25 dicembre. Una commedia ironica e divertente, ma anche piena di umanità. E con una critica, tutt’altro che velata, verso l’ipocrisia e il moralismo a oltranza della classe borghese e tendenzialmente conservatrice.

John Grisham e, sulle sue orme, Joe Roth dipingono un convincente quadretto dell’America delle casette con giardino e delle piccole comunità in cui tutti si interessano di tutti, ma anche stracarica di apparenze e falsità. Tuttavia a trionfare, al di là di ogni desolante meschinità, è la magica atmosfera del Natale: le luci, la neve, il calore del trascorrere le feste con i propri cari. Cose di cui, in fondo, tutti abbiamo bisogno. Tanto da arrivare alla frase conclusiva del romanzo: “Saltare il Natale. Che idea ridicola. Magari l’anno prossimo“.

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John Grisham si racconta

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John Grisham,

Riportiamo un ampio riassunto dell’intervista rilasciata da John Grisham al sito Goodreads.com, realizzata da Amy King. Una lunga chiacchierata in cui lo scrittore statunitense parla del suo prossimo romanzo, “Gray Mountain“, ripercorre i suoi successi, descrive il suo metodo di scrittura, racconta quali sono i suoi modelli e i suoi libri preferiti. Curioso notare come Goodreads, che è una sorta di social network dedicato ai libri e ai lettori, sia proprietà di Amazon, contro il quale è in atto una protesta da parte di alcuni grandi autori mondiali tra cui proprio Grisham. Ma qui rischiamo di andare fuori tema. Ecco invece l’intervista a John Grisham.

Goodreads: Hai creato alcuni personaggi diventati vere e proprie icone: Jake Brigance, Mitchell McDeere, Darby Shaw. Parlaci allora di Samantha Kofer, la giovane avvocatessa protagonista di “Gray Mountain“.
John Grisham: La protagonista è un’avvocatessa ventinovenne proveniente da un grande studio di New York che improvvisamente perde il lavoro a causa del collasso della Lehman Brothers nel 2008. Perso il posto a Manhattan, si ritrova disoccupata: è lei l’eroina della mia storia.

GR: La grande industria del carbone gioca un ruolo chiave in questo libro, dal momento che le miniere di carbone sono sempre state una presenza diffusa ma controversa nella regione dell’Appalachia. Dal momento tu hai analizzato e denunciato conflitti di potere in vari contesti, la tua percezione del potere – specialmente quello nelle mani di pochi che controllano enormi organizzazioni e anche parti del governo degli Stati Uniti – è cambiata?
JG: Beh, non sono sicuro che le cose siano cambiate. Sono sempre stato molto scettico riguardo ai grandi affari e alle grandi società, e penso che ci sia bisogno di un salutare scetticismo: ci sono così tante società e industrie. Per quanto riguarda la mia percezione del governo, penso di essere cambiato molto rispetto a quando ero un giovane avvocato. Ho avuto molti clienti e anche criminali, ma non ne ho mai avuto uno di cui ho pensato fosse veramente maltrattato dal governo. Avevamo un ottimo sistema giudiziario quando ero un praticante avvocato; abbiamo ottimi giudici e ottimi procuratori. Ma durante la scrittura di ‘Innocente’, che narra una storia vera, ho conosciuto il mondo degli errori giudiziari, che ha seriamente scosso la mia fede nel sistema. Ci sono tuttora migliaia di innocenti in prigione, e sono stati spediti dentro da polizia, procuratori e giurie che credono a polizia e procuratori. Purtroppo vengono emesse tante brutte sentenze e questo non fa che minare la tua fede nel sistema.

GR: Hai lasciato la Camera del Mississippi durante il tuo secondo mandato perché ti eri accorto “che è impossibile fare cambiamenti“. Speri che pubblicando storie su questi argomenti potrai effettivamente cambiare le cose in un altro modo? Nella tua scrittura c’è l’idealismo dei giovani avvocati?
JG: Certo, l’idealismo è dentro di me, sono io lo scrittore. E sul cambiare le cose, non sono sicuro che i libri abbiano questo pubblico così vasto. Ciò che cerco di fare, quando scrivo un libro su una determinata questione, è intrattenere. Non puoi issarti su un podio troppo a lungo, devi divertire. Se riesci a portare il lettore a pensare su un argomento – che siano errori giudiziari, carcerazioni sbagliate, pena di morte, frodi assicurative, gli homeless – per la prima o la seconda volta nel contesto di un romanzo di intrattenimento, per me è abbastanza. Forse quanto portare le persone a pensare in un modo differente.

GR: Nel tuo precedente romanzo, “L’ombra del sicomoro“, hai affrontato ancora una volta il problema razziale, includendo una pesante sorpresa su una storia di cui molti americani non parlano. Sei consapevole della necessità di portare alla luce questi argomenti, specialmente nel clima di tensioni razziali che viviamo oggi, dove i neri sono imprigionati e aggrediti in maniera sproporzionata?
JG: La razza è sempre stato un problema in questo paese. Ci sono sempre state tensioni e non sono sicuro che se ne andranno. E’ qualcosa con cui abbiamo a che fare nella nostra società, così come cercare di trovare la tolleranza razziale. A volte facciamo progressi, altre volte no. La razza è sempre stata un problema complicato, specialmente nel Profondo Sud, con tutte le cose orribili successe. Non tento consapevolmente di portare alla luce tali questioni, semplicemente non se ne sono mai andate. Potrebbe volerci lungo tempo per dissolverle, perchè tanti che agivano in un certo modo 40 o 50 anni fa sono ancora vivi e molti di loro non sono mai stati portati davanti alla giustizia, e probabilmente mai lo saranno e si porteranno i loro segreti nella tomba. Poi, guardi a oggi ed è una disgrazia. I giovani neri sono trattati in modo differente rispetto ai bianchi. Un milione di loro sono in prigione per crimini non violenti, e sono stigmatizzati come criminali condannati. Non solo neri, ma ora anche neri criminali. E le loro vite diventeranno difficili anche quando usciranno. Quindi, gli errori giudiziari: gran parte di loro riguardano i neri e la ragione è solo una, che essi sono trattati peggio dei bianchi dal sistema. Noi scriviamo, scopriamo, speriamo di portare qualche cambiamento, ma sarà sempre difficile e complicato. Per le persone come me che scrivono, c’è un’infinità varietà di storie fuori da qui.

GR: Pensi che, nei tuoi romanzi futuri, ti occuperai di corruzione e abuso di potere?
JG: Sicuramente l’abuso di potere. Voglio scrivere un libro che pone al centro la parzialità delle sentenze giudiziarie che riguardano ragazzi neri e ragazzi bianchi provenienti dalla stessa situazione delittuosa. Il sistema li tratta con pesi differenti e presto voglio sollevare l’attenzione sul problema.

GR: Molti membri di Goodreads sono molto interessati al tuo metodo di scrittura. Essi si chiedono: lavori “all’indietro”, cioè inventando prima il finale e poi tutta la storia che lo precede, oppure no?
JG: Beh, non lo chiamerei lavorare all’indietro. E’ un processo che richiede molto tempo e non è sempre piacevole. Quando scrivo un libro, faccio lavorare me stesso alla scena finale prima di scrivere l’inizio. E per fare ciò, devi sempre sapere dove stai andando. John Irving, uno scrittore che ammiro davvero, ha detto che lui scrive sempre l’ultima frase prima di scrivere l’inizio. Io non ci riesco sempre, ma è un meraviglioso modo di scrivere. Molti scrittori non lo fanno perché porta via loro un sacco di tempo e preferiscono costruire tutta la storia di contorno, capitolo dopo capitolo. Quando fai questo, vedi quali personaggi e situazioni possono non essere necessari o dove hai bisogno di qualcos’altro. Ti spinge ad approfondire l’intera storia.

GR: Viene prima il personaggio o la trama?
JG: Prima viene la trama. Penso sempre a una grande trama. Leggo articoli di giornali e riviste su fatti riguardanti cronaca, processi, studi legali e penso “Ok, posso prendere questa storia, cambiarla, aggiungerci personaggi e situazioni” e lì hai in mano un uncino con cui afferrare il lettore. Questo è il modo con cui iniziano quasi tutti i miei libri. Mi capita, a volte, di avere in mente un personaggio, ma senza una trama non mi porterà mai lontano.

GR: Hai visto “Il momento di uccidere” a Broadway?
JG: Sì, ero là alla prima. Non è durato molto, ha avuto circa 35 repliche tra metà ottobre e metà novembre. Non ha venduto abbastanza biglietti per essere tenuto in cartellone più a lungo. E’ costoso ottenere uno spettacolo a Broadway. L’ho visto tre volte e il pubblico era sempre abbastanza numeroso, tuttavia non sono stati venduti abbastanza biglietti per tenerlo più a lungo. Credo sia vergognoso, perché io non sarò un critico teatrale, ma mi sono divertito moltissimo.

GR: Hai avuto un ruolo nella stesura del copione?
JG: No, ne sono rimasto fuori. Non so nulla di teatro, non è il mio lavoro. Lessi la prima stesura forse cinque anni fa e dissi “Mi piace, è buono”.

GR: Quale tuo libro consiglieresti a un novello appassionato di John Grisham?
JG: Uno vale l’altro. “Calico Joe” è un libro di baseball che mi sono davvero divertito a scrivere. “Fuga dal Natale” è stato il mio primo sforzo con la commedia, e anche questo mi ha divertito. “Innocente” è una storia vera che mi ha colpito perchè così coinvolgente e straziante. “Il testamento” è un libro di cui vado orgoglioso in quanto differente dagli altri e ambientato in Brasile, dove mi sono recato per le ricerche.

GR: Cosa stai leggendo in questo periodo?
JG: “Natchez Burning” di Greg Isles, un vecchio amico del Mississippi. E’ un bel librone, 775 pagine, troppe per me, ma mi sta divertendo. Ho appena finito “Just Mercy” di Bryan Stevenson, una storia vera basata sulle sue avventure nel difendere i suoi compagni nel braccio della morte in Alabama. Chiaramente tendo a leggere molte storie vere, storie di legge: sono le mie fondamenta, la mia casa, il mondo da cui provengo, che amo, mi diverte e mi dà idee. Mi è piaciuto l’ultimo di Ian McEwan, “The Children Act“, l’ho letto due mesi fa, uno dei migliori.

GR: Sei talmente indaffarato con la ricerca che non vai più nelle aule di tribunale, vero?
JG: Volontariamente, no. Non ho visto un aula per tanto tempo. Ci vado tutte le volte che sono in una città, sono affascinato dalle aule, mi piacciono. Ma adesso quando mi reco in un tribunale, è perché qualcuno mi ha fatto causa, e non è piacevole! I processi sono stressanti e per un avvocato è dura. Guardando indietro, sono molto affezionato ai ricordi dei processi che ho vissuto. Ma quando ci sei davvero dentro, non è affatto divertente.

GR: I nostri utenti ti chiedono: nei grandi film tratti dai tuoi romanzi, quale attore ha interpretato così bene uno dei tuoi personaggi che tu, suo creatore originale, hai sentito che il personaggio era stato creato apposta per lui? E quali tra i tuoi personaggi sarebbero tuoi amici, se fossero reali?
JG: Beh, dobbiamo tornare a “Il momento di uccidere” e a “L’ombra del sicomoro“, perché io vengo da lì e quei personaggi e i loro compagni sono anche i miei, è autobiografico, sono persone che conosco. Per quanto riguarda l’attore, direi Matt Damon ne “L’uomo della pioggia“. Matt era molto giovane, non era nervoso, ma non era ancora una grande star ed era in realtà molto preoccupato dall’accento del sud. Siamo stati sul set a Memphis, gli ho parlato, mi ha ascoltato e ha detto: “Non sono sicuro dell’accento“. Gli risposi: “La cosa peggiore tu possa fare, Matt, è cercare di falsificare un accento del sud. Non puoi riuscirci. Non è stato mai fatto, non provarci. Sii te stesso“. Così si è rilassato e ha fatto un gran lavoro. E poi Danny DeVito, perfetto nel ruolo di Deck, quello strano e trasandato “paravvocato” – non paralegale, ma paravvocato: penso che quei due, insieme, abbiano davvero incarnato i personaggi del romanzo.

GR: Quali sono i libri che consideri come punto di riferimento?
JG: “Furore” di John Steinbeck quando ero studente, è quello che ho letto più di ogni altro, per la storia, lo stile. Quindi “La tamburina” di John Le Carré, mentre per trama, suspense ed efficienza delle parole direi “Il maratoneta” di William Goldman, da cui è stato tratto un grande film.

GR: Molti lettori sono spesso meravigliati dal fatto che tu hai passato tre anni a scrivere il tuo primo romanzo, Il momento di uccidere, il quale vendette meno di 5000 copie, di cui 1000 acquistate da te. Puoi dare un incoraggiamento o un consiglio ai giovani aspiranti scrittori? La scrittura è un lavoro?
JG: Sicuro, è un lavoro. Alcuni giorni le parole fluiscono, altri no. Alcuni giorni i personaggi sono vivi, altri no. Alcuni giorni la trama si muove nella giusta direzione, altri no. E’ una bella lotta. Io sorrido perché, almeno oggi, non lavoro poi così duramente. In passato invece ho lavorato duro perché ero un avvocato, e scrivere era un hobby secreto per il quale rubavo una mezz’ora qui e una là. Non do molti consigli, ma dico sempre agli aspiranti scrittori che finché non hai raggiunto una media di almeno una pagina al giorno, non sei un vero scrittore. Quando ci arrivi, allora le pagine cominciano a susseguirsi velocemente. Questo è un consiglio, e poi: sappiate sempre dove state andando, delineate bene la storia.

GR: Dopo tanti romanzi, senti il peso delle aspettative del pubblico?
JG: Veramente non penso molto alla gente che comprerà il mio prossimo libro. Sai, dopo 30 libri so che quando ne pubblico un altro, ci sarà gente che lo comprerà e lo leggerà in ogni caso. Questi sono i fan, e sono grato a loro. Ma se penso a tutte le persone possibili, sarei paralizzato! Tutto quello che posso fare è cercare di scrivere bene ogni giorno. Sai, con l’esperienza che ho, penso di sapere quello che faccio. Ciò che ho imparato è che con perseveranza e disciplina posso arrivare alla fine del libro come voglio, la trama lavora per me, so se è valida oppure no. Di nuovo, non posso pensare alle aspettative di tutte le persone, diventerei pazzo.

GR: D’altronde, non puoi piacere a tutti sempre.
JG: Infatti. E sai che la gente ha gusti differenti, ad alcuni piacciono i miei libri ad altri no. Non ho controllo su questo. Tutto ciò che posso fare è scrivere un libro nel modo migliore possibile, pubblicarlo e sperare che tutto vada per il meglio.

Hollywood Grisham

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In attesa de Il ricatto” con Zac Efron, i film tratti dai romanzi di John Grisham sono finora otto. Registi quali Sydney Pollack, Alan J. Pakula, Joel Schumacher, Francis Ford Coppola hanno diretto le trasposizioni cinematografiche dei bestseller di Grisham, interpretate da alcune delle più grandi stelle del cinema americano. Abbiamo scelto – in base alla celebrità ma anche al ruolo effettivamente interpretato – le dieci maggiori star che hanno incarnato i personaggi nati dalla penna di J.G.

1) Tom Cruise. Il Pete Mitchell di “Top Gun” ne “Il socio” interpreta un altro Mitchell, l’avvocato McDeere, che finisce a lavorare nel lussuoso studio legale Bendini, Lambert & Locke, gestito dalla… mafia. Da rampante avvocato con un contratto favoloso alla fuga da una trappola mortale. L’intensità dell’interpretazione vale il primo posto.

2) Gene Hackman. Presente in tre film con altrettanti parti da “cattivo”. Ne “Il socio” è Avery Tolar, diretto superiore di Tom Cruise alias Pete Mitchell: Avery fa parte della mafia che gestisce lo studio legale, tuttavia è un edonista e si lascia andare a leggerezze che gli costeranno la vita. Ne “L’ultimo appello” è Sam Cayhall, ex militante del Ku Klux Klan condannato a morte. Infine ne “La giuria” è Rankin Fitch, avvocato senza scrupoli. Il più assiduo.

3) Julia Roberts. Darby Shaw, la protagonista de “Il rapporto Pelican“, è finora il maggiore personaggio femminile in un romanzo di John Grisham. Una studentessa di legge che, lavorando a una semplice tesina, arriva a scoprire la verità sull’assassinio di due giudici federali, toccando interessi enormemente più grandi di lei. Memorabile.

4) Matt Damon. “L’uomo della pioggia“, diretto da Francis Ford Coppola, è spesso passato inosservato. L’allora ventisettenne Matt Damon interpreta l’avvocato in erba Rudy Baylor che, per difendere una povera donna, si ritrova coinvolto in una causa plurimilionaria contro una grande società di assicurazioni.

5) Denzel Washington. Di nuovo “Il rapporto Pelican“: Denzel è l’energico giornalista d’assalto Gray Grantham del Washington Post che, mettendo a repentaglio la propria vita, accetterà di aiutare Darby Shaw a salvarsi e a rendere pubbliche le scottanti verità contenute nel rapporto Pelican.

6) Susan Sarandon: interpreta Reggie Love ne “Il cliente“. Un’avvocatessa combattiva e testarda che si prende a cura il caso del piccolo Mark Sway (un dodicenne Brad Renfro, scomparso nel 2008, al suo esordio)

7) Matthew McConaughey: un altro dei belli di Hollywood, all’età di ventisette anni è l’avvocato Jack Brigance, protagonista de “Il momento di uccidere“. Nella versione cinematografica del primo romanzo di John Grisham, McConaughey brilla in un cast stellare che include Sandra Bullock, Samuel L. Jackson, Kevin Spacey, Chris Cooper, Ashley Judd, Donald e Kiefer Sutherland.

8) John Cusack: nei panni dello sfuggente e misterioso Nicholas Easter è il protagonista de “La giuria“, film sulla spinosa questione della vendita e del possesso di armi da fuoco negli Stati Uniti (nel romanzo, invece, sono imputate le aziende produttrici di tabacco).

9) Dustin Hoffman: anche lui presente ne “La giuria” nel ruolo di Wendall Rohr, avvocato anziano e idealista che perora la causa della vedova Celeste Wood contro l’azienda produttrice di armi da fuoco, ritenuta responsabile della strage in cui un pazzo ha ucciso il marito.

10) Dan Aykroyd: l’ultima scelta è caduta su questo attore canadese dalla prolifica carriera quasi quarantennale: è uno dei due “Blues Brothers“, lo troviamo anche in “Ghostbusters“, “A spasso con Daisy“, “Teste di cono“, “Pearl Harbor“, “50 volte il primo bacio“, “Candidato a sorpresa” e in un altro classico natalizio, “Una poltrona per due“. In “Fuga dal Natale” indossa le vesti del “capo-quartiere” antipatico e conservatore Vic Frohmayer.

Fuori classifica: Danny DeVito e Jon Voight, rispettivamente il goffo paralegale Deck Shifflet e l’arrogante avvocato Leo F. Drummond ne “L’uomo della pioggia“. Due efficaci interpretazioni come spalla e antagonista di Matt Damon.

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