John Grisham e i Cardinals

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Abbiamo parlato più volte, in questo blog, del particolare legame che unisce John Grisham e il baseball. Da buon americano, lo scrittore è praticamente cresciuto a stretto contatto con il “passatempo nazionale” degli Stati Uniti, tanto da realizzare un complesso di sei campi nella sua proprietà in Virginia. E ha inserito spesso il baseball nei suoi libri, dedicandogliene uno intero.

SOGNANDO STAN MUSIAL

Nella recente intervista a Publishers Weekly, Grisham ha raccontato che “quando ero bambino, ogni sera ascoltavo alla radio i St. Louis Cardinals“, esattamente come il piccolo protagonista del romanzo La casa dipinta e i suoi familiari. “La storia raccontata in quel libro è inventata – continua – ma nasce dai ricordi della mia infanzia. Ho trascorso i primi sette anni della mia vita in una piantagione di cotone in Arkansas, ascoltando i racconti dei miei nonni e zii. La sera si ascoltava il baseball“.

Nelle sperdute campagne intorno a Jonesboro, città natale di John Grisham, negli anni ’50 e ’60 non arrivavano molti input da fuori e la voce che raccontava le gesta dei Cardinals era uno di questi: bastava una radiolina per sognare le imprese di Stan Musial e degli eroi in casacca rossa. “Quando da ragazzino giocavo a baseball – continua – intorno al campo c’erano sempre cinque o sei radio sintonizzate con i Cardinals. Tutti sapevano cosa stavano facendo e mentre io e gli altri ragazzi eravamo sul diamante, volevamo rivivere la partita della sera precedente“.

LA PRIMA VOLTA

E poi arrivò la grande occasione: andare a vedere dal vivo una partita di baseball. Una partita dei Cardinals. “Quando avevo tredici anni – racconta JG – mio padre trovò lavoro e riuscì a procurarsi i biglietti per una serie di tre partite al Busch Stadium di St. Louis. Si affrontavano i Cardinals e i San Francisco Giants. Era il settembre del 1968: mio padre portò allo stadio me e mio fratello. Fu qualcosa di magico, che mi resterà sempre dentro“.

E’ abbastanza facile immaginare quanto indimenticabile possa essere stato quel giorno per un ragazzo della provincia americana degli anni ’60, che vive per il baseball. In un grande stadio della MLB, in mezzo alla folla, assaporando ogni momento della partita, dalle fasi di riscaldamento fino all’ultimo out, guardando finalmente dal vivo quei giocatori finora sempre e solo immaginati o al massimo visti sulle figurine o su qualche rara rivista, in un’epoca dove la televisione era ancora rara e il computer neanche fantascienza…

Per la cronaca, in quella stagione 1968 i Cardinals vinsero la National League con 97 vittorie e 65 sconfitte qualificandosi per la World Series, dove furono sconfitti 4-3 dai Detroit Tigers. Ancora non esistevano i playoff, che sarebbero comparsi l’anno successivo. Questi i risultati della serie a cui assistette John Grisham:

6 settembre 1968 – Cardinals – Giants 7-8.
7 settembre 1968 – Cardinals – Giants 1-5.
8 settembre 1968 – Cardinals – Giants 3-2.

John Grisham al Mississippi Book Festival

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John Grisham, il re del legal thriller, è stato l’ospite d’onore alla prima edizione del Mississippi Book Festival, svoltosi il 22 agosto 2015 a Jackson, la capitale del Mississippi, presso l’edificio del parlamento. Hanno partecipato oltre 160 autori nativi del Mississippi o ad esso legati, di cui Grisham è forse il più illustre. In quello che è considerato uno degli Stati più arretrati degli Usa, sia dal punto di vista economico sia culturale, si è parlato di una serie di argomenti, non solo letteratura ma anche di autori locali, sport, cucina e soprattutto la storia dei diritti civili nel profondo Sud statunitense.

Grisham ha preso parte all’inaugurazione e poi ha condotto l’incontro pomeridiano sul tema “Cosa significa leggere per la nostra cultura: l’influenza di lettura, scrittura e giornalismo in Mississippi“, a cui hanno preso parte il giornalista Jerry Mitchell e William Ferris della University of North Carolina.

IL LIBRO SU MEREDITH

Tra i numerosi interventi, come riporta l’Associated Press, spicca quello il professor Aram Goudsouzian, che presiede il dipartimento di storia alla University of Memphis, ha presentato il suo libro “Down to the Crossroads: civil rights, black power and the Meredith march against fear“. Nel volume si racconta della marcia per la libertà da Memphis a Jackson promossa nel 1966 da James Meredith, che nel 1962 fu il primo iscritto di colore alla University of Mississippi – nota agli affezionati come Ole Miss – e la novità fu accolta con violente contestazioni. Meredith sopravvisse a una sparatoria nel marzo del 1966 e centinaia di attivisti per i diritti civili completarono le 220 miglia di cammino in suo nome. Inoltre, circa 15 mila persone si radunarono al termine della marcia proprio sotto il parlamento del Mississippi, dove Meredith parlò alla folla, e almeno 4 mila afroamericani si registrarono per la prima volta come elettori.

I DIRITTI CIVILI IN GRISHAM

John Grisham, pur essendo nato a Jonesboro in Arkansas, è cresciuto e in parte vive in Mississippi, in una tenuta presso Oxford. In alcuni dei suoi romanzi di maggior successo, tra cui il suo esordio letterario Il momento di uccidere, L’appello e L’ombra del sicomoro, il tema dei diritti civili è preponderante, senza contare i numerosi accenni negli altri suoi libri. Nato nel 1955, Grisham ha di fatto vissuto in prima persona e in gioventù il particolare clima di quegli anni negli stati del Sud.

In occasione del Mississippi Book Festival, John Grisham si è soffermato anche su altri aneddoti. “Quando ero un giovane deputato di opposizione alla Camera dei Rappresentanti del Mississippi – racconta alla AP – mi capitava di ascoltare e prendere nota delle lunghe storie che i politici si raccontavano mentre bevevano caffè, o qualcosa di più forte. C’è infatti una lunga tradizione di storytelling in Mississippi che va di pari passo con la nostra tradizione letteraria“.

Infatti, il Mississippi, oltre a John Grisham, ha dato i natali ad altri importanti scrittori: William Faulkner, Tennessee Williams, Thomas Harris, Kathryn Stockett.

Grisham dice no alla bandiera sudista

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John Grisham favorevole alla rimozione della bandiera confederata, comunemente nota come bandiera sudista, attualmente presente sul vessillo ufficiale del Mississippi. Lo ha dichiarato lo stesso scrittore in un’intervista a Time, in cui si dice convinto che il cambiamento avverrà molto presto e che un simbolo della schiavitù e dell’odio razziale non sarà più presente sulla bandiera dello Stato in cui Grisham è cresciuto (è nato in Arkansas). Tutto questo nonostante il Mississippi non si sia mai distinto sul piano del progresso e dei cambiamenti di mentalità.

Il re del legal thriller è tra i firmatari di una petizione lanciata sul locale Mississippi Clarion-Ledger. Insieme a lui ci sono anche altri personaggi celebri originari del Mississippi: l’attore Morgan Freeman, il cantautore Jimmy Buffett, l’ex quarterback Nfl Archie Manning, il coach di football della University of Mississippi Hugh Freeze, la scrittrice Kathryn Stockett (autrice del libro The Help sulle tematiche dei diritti civili, da cui è stato tratto l’omonimo film), più i due senatori federali e una serie di giornalisti, politici, editori legati al Mississippi. Si sono detti favorevoli persino alcuni candidati alle primarie del Partito Repubblicano in vista delle elezioni presidenziali Usa 2016.

Non è pulito né onorevole – si legge nell’appello – chiedere a cittadini neri del Mississippi di frequentare scuole, gareggiare in competizioni sportive, lavorare nel settore pubblico, prestare servizio nella Guardia Nazionale e condurre le loro vite normali sotto una bandiera statale che glorifica una guerra combattuta per tenere in schiavitù i loro antenati“. I firmatari richiamano inoltre la storia della bandiera, facendo notare che lo stesso generale confederato Robert E. Lee aveva chiesto che venisse rimossa già alla fine della guerra civile, avvenuta nel lontanissimo 1865.

UNA BANDIERA NON PIU’ AMATA

jg_bandiera_confederata_sudistaLa bandiera confederata rappresenta i 13 stati – Alabama, Arkansas, Florida, Georgia, Kentucky, Louisiana, Mississippi, Missouri, North Carolina, South Carolina, Tennessee, Texas, Virginia – che nel 1861 operarono una secessione dal resto degli Stati Uniti, dando il via alla guerra civile americana, nota anche come guerra di secessione e conclusasi quattro anni dopo con la vittoria dei nordisti e la riunificazione degli Usa.

Il vessillo è composto da una croce di Sant’Andrea blu su campo rosso, percorsa da tredici stelle, uno per ogni Stato. Nelle singole bandiere degli stati confederati, colori e motivi della bandiera sudista sono richiamati in almeno sei di essi ed è esplicitamente presente in quella del Mississippi. Essa, inoltre, viene persino issata in contesti ufficiali, nonostante richiami un mondo dominato fino a pochi decenni fa dalla schiavitù e dalla segregazione razziale.

Da diverso tempo, negli Stati del sud si sta facendo fortemente strada l’idea di eliminare qualsiasi riferimento alla bandiera confederata. I grandi supermercati Wal-Mart hanno cessato la vendita di qualsiasi prodotto abbia a che fare con quella bandiera. Una questione rafforzata in seguito alla strage di matrice razziale avvenuta nel giugno 2015 a Charleston, in South Carolina, in cui il ventunenne Dylann Roof sparò in una chiesa uccidendo nove fedeli afroamericani.

Persino la Ncaa – la potente organizzazione che amministra lo sport universitario negli Usa – ha soltanto quest’anno posto fine a un divieto al South Carolina di ospitare alcune competizioni sportive, che durava da quasi quindici anni, in quanto la bandiera confederata sventolava sull’edificio del parlamento statale.

“CAMBIAMENTO LENTO E DIFFICILE, MA ARRIVERA'”

jg_jackson_mississippi_capitolLa minaccia di sanzioni della Ncaa – ha detto John Grisham – potrebbe accelerare la soluzione del problema. Lo sport universitario qui è una parte importante delle nostre vite e se la Ncaa adottasse regole che penalizzano le squadre per cui tifiamo, potremmo pure cominciare a dimenticarci della guerra civile. In Mississippi, purtroppo, il cambiamento è lento ma credo che succederà più presto che tardi“.

John Grisham è favorevole alla rimozione della bandiera confederata dal Mississippi fin dal referendum statale del 2001, in cui tuttavia gli elettori dello Stato in cui vive bocciarono l’idea. Ora il tema è tornato fortemente di attualità, non solo per i fatti di sangue ma anche grazie alla petizione promossa da personaggi molto noti in tutti gli States.

Ma cosa ne pensa il cittadino medio del Mississippi? E cosa serve per cambiarne la mentalità? “Non c’entra il cittadino medio e non voglio speculare su cosa pensano gli abitanti del Mississippi – spiega Grisham – Si tratta di una questione politica, spetta alla legislatura occuparsene. Nel 1984, quando ero un giovane membro democratico alla Camera dei Rappresentanti, ci fu la proposta di rendere festivo il giorno di nascita di Martin Luther King. Ma cadde nel vuoto. Mentre il tempo passava, molti Stati hanno introdotto quella festività e finalmente la facemmo passare anche in Mississippi. Come ho detto, qui il cambiamento è lento e difficile“.

John Grisham, tra i firmatari della lettera, ha ovviamente contribuito alla redazione del testo, la cui prima bozza è stata scritta dallo scrittore Greg Iles. “Abbiamo iniziato a contattare altri amici – conclude Grisham – soprattutto scrittori, giornalisti, editori, poeti. La risposta è stata davvero entusiasta e la lista è man mano cresciuta sempre di più, fino a comprendere i due senatori locali Thad Cochran e Roger Wicker, oltre allo speaker della Camera statale. Tuttavia è impossibile prevedere come la questione sarà affrontata nell’arena politica“.

jg_momento_uccidere_bandieraLA BANDIERA NE IL MOMENTO DI UCCIDERE

La bandiera confederata è mai apparsa nei romanzi di John Grisham?

Sì, nel suo esordio letterario, Il momento di uccidere. I lettori più attenti, e anche coloro che hanno visto il film tratto da quel romanzo, ricorderanno la bandiera appesa al lunotto del fuoristrada giallo di Billy Ray Cobb e Pete Willard, i due trucidi teppisti che violentarono la figlia di Carl Lee Hailey venendo poi uccisi a fucilate da quest’ultimo.

John Grisham e il baseball

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Baseball

Cosa faccio d’inverno quando non c’è il baseball? Guardo fuori aspettando la primavera“. La frase di Rogers Hornsby, storico giocatore dei St. Louis Cardinals e non solo, riassume perfettamente cosa significa questo periodo, l’arrivo della primavera, per un americano vero. La fine dell’inverno segna il risveglio del baseball, il “passatempo nazionale” degli Stati Uniti, lo sport che se piove non si può giocare, lo sport dell’aria aperta e delle famiglie. Anche John Grisham è un grande appassionato di baseball.

IL BASEBALL NEI ROMANZI DI GRISHAM

Così come ha fatto con il football (due volte), John Grisham ha dedicato un romanzo anche al gioco del baseball: “Calico Joe“. Alla fine del romanzo compare un’appendice particolare e, per certi versi, unica: l’autore illustra le regole del baseball e le principali fasi di gioco, in un linguaggio semplice, ponendosi in prima persona nei panni di un ipotetico giocatore in tutte le fasi di un inning.

Non è usuale vedere uno scrittore di legal thriller che spiega ai suoi lettori le regole di uno sport. Tutto questo è nato dalla richiesta, da parte dell’editore inglese di Grisham, di rendere comprensibile il baseball ai molti che ne sono a digiuno, anche perché diverse parti del romanzo fanno riferimento a situazioni specifiche della partita (forse avrebbe dovuto fare lo stesso con il football ne “L’allenatore” e ne “Il professionista“, data la forte presenza di termini tecnici).

Calico Joe“, quindi, è il libro che John Grisham dedica esplicitamente al baseball, ma non l’unico in cui ne parla. In “Innocente“, il saggio-inchiesta in cui ricostruisce la vicenda di Ron Williamson, c’è un intero capitolo in cui si racconta l’ascesa e la caduta del protagonista, da fulgida promessa di high school alla dispersione nelle categorie minori in cui le franchigie professionistiche mandano a farsi le ossa gran parte dei giocatori che scelgono. In “Ultima sentenza“, un giudice conservatore è l’apparentemente irreprensibile padre di famiglia che allena la squadra di Little League in cui gioca suo figlio. Infine, ne “La casa dipinta“, le gesta dei St. Louis Cardinals sono tra le poche notizie dal mondo esterno che arrivano, attraverso una vecchia radio, nell’Arkansas rurale degli anni ’50. Una voce che allieta le afose serate estive della famiglia Chandler, dopo aver passato l’intera giornata a spaccarsi la schiena nei campi di cotone.

IL COMMISSIONER GRISHAM

john_grisham_mickeyEra proprio nei Cardinals che John Grisham sognava di giocare da bambino. Una squadra che, per la relativa vicinanza geografica, ha sempre avuto un largo seguito nelle campagne del sud. Tuttavia, come per molti, il giovane John non è che fosse un fenomeno (andò meglio nel football), tanto che alla Delta State University, uno dei college frequentati, il suo coach gli disse che lanciare palle curve o veloci non faceva per lui.

Una volta affermatosi come scrittore, John Grisham ha trovato il modo di rendere il giusto tributo allo sport tanto amato da piccolo. Sulla sua proprietà di Cove Creek, nella Albemarle County in Virginia, ha costruito un complesso di 6 campi che, dal 1996, ospitano oltre 26 squadre della locale Little League, per un totale di oltre 350 ragazzi. Non solo: il commissioner della Little League è proprio Grisham e ha interpretato questo ruolo anche in un film, “Mickey“, da lui scritto e uscito nel 2004 (mai tradotto in italiano), girato sui suoi campi. Quindi, ecco un quasi sconosciuto John Grisham attore e produttore.

La Little League è l’organizzazione non-profit fondata che coordina i campionati locali di baseball e softball giovanili (si va dai 4 ai 18 anni) negli Stati Uniti in oltre 80 Paesi. Ha sede a South Williamsport, Pennsylvania, dove dal 1947 si svolge l’annuale World Series, oggi un vero e proprio torneo internazionale giovanile. Le locali Little League vengono organizzate grazie all’opera di volontari, in base alle caratteristiche e alla disponibilità di ciascuna area.

High School Football

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Lo sport è spesso una costante dei romanzi di John Grisham. Specialmente il football americano, a cui l’autore ha interamente dedicato ben due romanzi: “L’allenatore” e “Il professionista“. Soprattutto il primo è ambientato nel mondo dell’high school football, vale a dire il football giocato nei licei degli Stati Uniti. Una realtà che ha ispirato tanti film e che è retta da regole tutte particolari e in cui si trovano molti stereotipi ricorrenti. Questo è il momento ideale per parlarne: tra fine agosto e inizio settembre iniziano i campionati di football americano liceale e lo stesso agosto è un mese di duri allenamenti per i giocatori.

PAZZI PER I GIOCATORI LICEALI

Nelle cittadine della profonda provincia americana, dove non ci sono università e lo sport professionistico è solo un lontano vagheggiamento, per la gente del posto l’unica alternativa al tirar tardi nei bar è la partita di football della locale high school (corrispondente pressappoco al liceo o scuola superiore italiana). Tutta la popolazione, ogni venerdì sera d’autunno, santifica un rito collettivo riversandosi nello stadio – tipicamente con due grandi gradinate sui lati lunghi – per vedere darsi battaglia robusti ragazzi al massimo diciottenni, ma trattati come star. Per loro è una ragione di vita.

FRIDAY NIGHT LIGHTS

Lì, sotto le brillanti friday night lights, prendono vita le speranze dei tifosi e dei giovani giocatori, per i quali disputare un grande campionato significa ottenere una borsa di studio per l’università e quindi lasciare la cittadina priva di prospettive. Ma per molti di loro che non proseguiranno nella carriera sportiva, il football liceale è la fabbrica dei ricordi più belli ed esaltanti di anni spensierati. Eccolo, il cliché che grazie a innumerevoli film americani di sport (tra cui, limpidissimo, “Friday Night Lights” del 2004 con Billy Bob Thornton) è entrato nel nostro immaginario con l’impeto di un runningback.

SOGNI DI PROVINCIA

Cittadine anonime che ogni venerdì sera si sentono al centro del mondo, in stadi maestosi, curatissimi e sproporzionati, dove nascono, fioriscono e poi magicamente scompaiono (perché, per fortuna, il liceo finisce…) piccole grandi leggende locali. Un mondo stereotipato, provinciale, appartato ma ricco di fascino, in cui tutti diventano protagonisti, a partire dai ragazzi del football, belli, giovani, forti, invincibili, al coach che è anche maestro di vita, alle immancabili cheerleaders, fino a tutti gli abitanti “impazziti” che, nei bar come nei fast-food, nelle vie come nei pick-up parcheggiati, non parlano d’altro che della squadra, aspettando la prossima sera in cui Cougars, Titans, Spartans (come i protagonisti de “L’allenatore“), Panthers o cos’altro scenderanno ancora in campo per infiammare i loro cuori. Pronti a esaltarsi o a deprimersi a seconda del risultato: perché quando non hai altro conta solo quello.

Calico Joe

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Il libro di John Grisham che vi suggeriamo per le vacanze estive è “Calico Joe“. Non è un legal thriller: parla di sport. Di baseball. Lo sport che forse più di tutti è insito nella cultura degli Stati Uniti, tanto da essere definito “il passatempo nazionale”. Tramandato di padre in figlio nel giardino di casa. Il baseball si gioca da aprile a ottobre: è lo sport dei mesi caldi, dell’aria aperta e dello stare insieme. Con “Calico Joe“, uscito nel 2012, John Grisham rende il giusto onore al baseball, ponendolo al centro di un romanzo incentrato su almeno due dei valori più autentici: il perdono e la possibilità di redenzione che la vita può offrire a ognuno.

ALLA RICERCA DI UN PERDONO

Calico Joe è il soprannome di Joe Castle, grande promessa del baseball proveniente dallo sperduto paesino di Calico Rock, Arkansas (località realmente esistente) e ingaggiato dai Chicago Cubs. Joe è un giovane di campagna bello, educato e corretto. Nel 1973, mentre sta giocando una delle sue straordinarie partite, un terribile incidente di gioco mette a rischio la sua vita e pone fine alla sua breve ed esaltante carriera. Colpevole volontario di quell’incidente è Warren Tracey, veterano dei New York Mets ed esatto contrario di Joe Castle: donnaiolo, alcolista e pessimo padre. Il tutto avviene di fronte all’appassionatissimo Paul Tracey, suo figlio di undici anni.

Trent’anni dopo, a Warren, colpito da un male incurabile, restano pochi mesi di vita. Paul, nonostante abbia ormai troncato ogni ponte con il baseball e con il padre, decide di andare a cercare Joe Castle: vuole che Warren lo incontri prima di morire e gli chieda perdono. Paul desidera quindi che suo padre, con un gesto semplice, trasformi i suoi ultimi giorni in un’occasione per riscattarsi da un’esistenza mediocre e depravata. Ma l’ormai invecchiato e schivo Calico Joe sarà disposto a incontrare, seppur dopo trent’anni, l’uomo che gli ha rovinato la vita?

Nell’appendice finale, John Grisham viene incontro a chi non mastica di baseball con un’efficace spiegazione tecnica del regolamento. Uno sport così particolare e a prima vista difficile da comprendere, ma che, una volta imparato e assorbito, è capace di accompagnarci per tutta la vita.

LO SPORT SECONDO JOHN GRISHAM

Anche se è universalmente noto come autore di legal thriller, John Grisham tre volte ha incentrato i suoi romanzi sullo sport: prima di “Calico Joe“, troviamo “L’allenatore” e “Il professionista“, entrambi dedicati al football americano, l’altra grande “religione” d’oltreoceano. Numerosi riferimenti al mondo sportivo compaiono qua e là anche in altre opere: “Innocente” (baseball), “L’ultimo giurato” (football), “La casa dipinta” (baseball), “Il ricatto” (basket), “Io confesso” (football), addirittura “Il momento di uccidere” (con lo stereotipo dello sceriffo di paese ex campione di football).

Per Grisham, come per molti americani, lo sport non è solo una nota a fondo pagina, un flash dei telegiornali, ma è parte integrante della crescita e delle relazioni di ogni individuo. “Senza lo sport, sarebbe impossibile insegnare ai giovani a vincere e a perdere con classe“, ha detto una volta lo scrittore. E forse è proprio parlando di sport, cioè andando alla radice delle sue passioni più genuine, che Grisham ha saputo tirare fuori i suoi romanzi più commoventi e coinvolgenti. Perché per emozionare gli altri bisogna saper prima emozionarsi e toccare i valori basilari della nostra vita.

La Memphis di John Grisham

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La città di Memphis, Tennessee, ricorre spesso come ambientazione nei romanzi di John Grisham. Soprattutto quelli dei primi anni: basti pensare a “L’uomo della pioggia“, “Il cliente” e soprattutto “Il socio“. D’altronde lo stesso Grisham è cresciuto a Southaven, che pur trovandosi nel Mississippi rientra in realtà nell’area metropolitana di Memphis, la quale inoltre sconfina in un ulteriore stato, l’Arkansas.

LA GRANDE CITTA’ DEL SUD

Memphis, insieme ad Nashville, Atlanta, New Orleans, è una delle grandi città del sud degli Stati Uniti. Sorge sul fiume Mississippi ed ebbe fortuna come principale centro per la lavorazione e il commercio del cotone. Memphis è stata la culla di generi musicali tipicamente americani quali blues, gospel e rock’n’roll e in zona c’è Graceland, la maestosa tenuta dove è sepolto Elvis Presley.

In particolare, il film “Il socio” con Tom Cruise, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di John Grisham, ci mette in evidenza alcune caratteristici edifici di Memphis: la monorotaia per Mud Island, il ponte Hernando de Soto (che collega la città con l’Arkansas), il Cotton Exchange Building, il Peabody Hotel, la Pyramid Arena, Beale Street.

MEMPHIS NE “L’UOMO DELLA PIOGGIA”

John Grisham descrive più volte Memphis come città piena di avvocati, di ogni tipo. Così ne “L’uomo della pioggia“:

L’aria pura mi schiarisce le idee mentre procedo lungo il Mid-America Mall, una zona pedonale con un tram per portare avanti e indietro gli ubriachi. Un tempo si chiamava Main Street ed è ancora frequentata da un numero enorme di avvocati. I tribunali sono a pochi isolati. Passo davanti ai palazzoni del centro e mi domando cosa succede lassù, negli innumerevoli studi legali: associati che corrono qua e là e lavorano diciotto ore al giorno perché c’è un collega che ne lavora venti: soci giovani in riunione per discutere la strategia dello studio; soci anziani arroccati nei lussuosi uffici d’angolo mentre gli avvocati più giovani attendono con ansia le loro istruzioni (…)

Compro un gelato a un distributore automatico e siedo su una panchina in Court Square. I piccioni mi osservano. Sopra di me torreggia il First Federal Building, la costruzione più alta di Memphis, sede di Tinley Britt. Sarei capace di uccidere qualcuno pur di lavorare lì. Per me e i miei amici è facile disprezzare quelli di Tinley Britt. Ma li disprezziamo perché non siamo degni di lavorare con loro. Li odiamo perché non ci guarderebbero neppure, non si prenderebbero nemmeno il disturbo di ammetterci a un colloquio. Immagino che ci sia un Tinley Britt in ogni città e in ogni attività (…)

Proseguo per qualche isolato fino allo Sterick Building, il primo palazzone costruito a Memphis, adesso sede di centinaia di avvocati. Parlo con qualche segretaria e lascio il curriculum. Mi sorprende notare quanto sono numerosi gli studi che assumono segretarie scostanti se non addirittura scortesi. Spesso, ancora prima che io dica che cerco lavoro mi trattano come un pezzente (…)