“La resa dei conti” di John Grisham: la recensione

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Legal thriller, romanzo storico e dramma familiare. Nel suo trentaduesimo romanzo, La resa dei conti, John Grisham offre, semmai ce ne fosse bisogno, un saggio di vigorosa abilità compositiva sviluppando i tre generi attraverso le altrettante grandi parti in cui è suddiviso il libro: L’omicidio, la prima; Il campo di ossa, la seconda; Il tradimento, la terza.

Il tutto sullo sfondo del profondo Sud rurale degli Stati Uniti negli anni ’40, tra segregazione razziale, bigottismo e legame viscerale con la terra. Senza dimenticare, inoltre, un tema giudiziario fortemente ricorrente nelle opere di Grisham: la pena di morte, di cui questa volta l’autore narra con dovizia di particolari gli orrori della morte per elettrocuzione.

La vicenda narrata ruota attorno a Pete Banning e ai suoi congiunti, una famiglia di benestanti ma umanissimi proprietari terrieri del Mississippi, per i quali i legami di sangue e l’attaccamento alla terra sono valori basilari e non negoziabili. E che tuttavia, dietro la loro riservatezza un po’ perbenista, nascondono inconfessabili segreti.

Pete vive in una tenuta ereditata da generazioni, nonostante la ricchezza si considera un contadino e non disdegna di spaccarsi la schiena nei campi di cotone. Ha svariati lavoratori di colore alle loro dipendenze, ma ogni schiavismo è lontano: vengono trattati dignitosamente, quasi come pari. Non c’è razzismo, ma soltanto accettazione dello status quo nel Mississippi del 1946, anno in cui ha inizio la narrazione. Il problema proprio non si pone: noi-bianchi-voi-neri, così vanno le cose e pace.

Pete Banning è fortemente presente in tutte le fasi storia: per via diretta, quando con piena consapevolezza esce di casa e uccide a sangue freddo il pastore metodista Dexter Bell, beccandosi in men che non si dica la condanna alla sedia elettrica; quindi, nel clamoroso flashback in cui Grisham racconta la terribile guerra nelle Filippine e le crudeltà dei giapponesi, Pete è uno di quei pochi soldati capaci di resistere a privazioni e sofferenze indicibili; infine, anche dopo la sua morte, il suo folle gesto omicida continua a condizionare in maniera esiziale le vite dei suoi familiari: la sorella Florry, la moglie Liza, i figli Joel e Stella.

Sono questi ultimi a subire il profondo sbigottimento per ciò che ha fatto il padre, ma anche a lottare per continuare la loro vita da rispettabili studenti universitari e per giungere a una verità che nessuno dei loro congiunti sembra voler rivelare, anche a costo di portarsi il segreto nella tomba. Joel e Stella devono fare i conti con un improvviso e inesorabile disgregarsi della loro famiglia, quella che avevano sempre dato per scontata nella loro vita di ragazzi benestanti.

Se fin dalle prime pagine il movente dell’omicidio potrebbe a tratti apparire molto scontato e ha a che fare con la moglie Liza rimasta sola durante la guerra, in realtà il colpo di scena arriva proprio nel capitolo finale del romanzo. La storia, così, viene messa in una luce completamente diversa e riporta all’attenzione un tema che nel corso del libro è accennato più volte, è sicuramente presente ma mai così dominante: il contesto sociale dell’epoca, quell’apartheid forte e accettato nel Sud, ma non a tal punto da escludere il contatto e la condivisione tra razze.

Degno di nota il cameo di William Faulkner, uno degli scrittori più amati da John Grisham.

Francesco Mecucci

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