“L’avvocato canaglia”, la recensione

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Come società, aderiamo al principio di un processo equo per chiunque sia accusato di un crimine grave, ma qualcuno di noi ha dei problemi quando si tratta di fornire un avvocato competente per garantire il suddetto processo equo. Legali come me devono convivere con la domanda: “Ma come fai a difendere una feccia del genere?”. Io me la cavo con un veloce: “Qualcuno deve farlo”, e me ne vado. Vogliamo davvero processi equi? No, non li vogliamo. Vogliamo giustizia, e in fretta. E giustizia è qualsiasi cosa riteniamo lo sia in base a un criterio individuato caso per caso. In fondo è una fortuna che non crediamo nei processi equi perché si può stare maledettamente certi che non li abbiamo. La presunzione di innocenza è ormai presunzione di colpevolezza”.

Sebastian Rudd, protagonista e voce narrante di L’avvocato canaglia (pagg. 332, euro 22, Mondadori), il nuovo romanzo di John Grisham, ha un difetto: odia le ingiustizie. E odia tutti coloro che le rappresentano e le perpetuano. Accetta casi di imputati che nessun altro vuole difendere: Rudd è convinto che ognuno abbia diritto a un processo equo, anche chi ha commesso spregevoli crimini. A volte i suoi assistiti sono effettivamente colpevoli, a volte sono innocenti o vittime. Ma una cosa è certa: se il sistema gioca sporco, anche Rudd giocherà sporco, pur di dimostrare la verità. I poteri forti sono avvisati.

UNA STRUTTURA PARTICOLARE

L’avvocato canaglia è un romanzo particolare. Non c’è una trama unica dall’inizio alla fine: la struttura narrativa sembra un collage di episodi a se stanti. Alcuni iniziano e finiscono senza avere più riferimenti nel resto del libro; altri si estendono su più di una delle sei grandi parti in cui è suddiviso.

È lui, Sebastian Rudd, il vero romanzo. Il personaggio e il suo stile di vita borderline vengono descritti fin dalle prime pagine: uno spaccato della vita, professionale e privata, di questo “avvocato canaglia” che risulta essere uno dei personaggi meglio tratteggiati e più riusciti dell’intero universo grishamiano. Infatti, a differenza dei casi giudiziari che passano quasi in secondo piano, sono le vicissitudini e i pensieri personali di Rudd a proporsi come leit-motiv di tutta la storia.

Il resto sono soltanto elementi di contorno, situazioni “usa e getta” che il protagonista stesso non manca di disprezzare, come dimostra tra l’altro l’inusuale velocità con cui Grisham, forse per la prima volta, tratta lo svolgimento dei processi in aula, riuscendo a inserirne più di uno all’interno della stessa opera. Il finale è un po’ sbrigativo, a dire il vero, e questo aspetto non è la prima volta che si verifica in Grisham. Ma, come detto, il protagonista assoluto è Sebastian Rudd, non le storie.

UNA CANAGLIA MOLTO UMANA

Il gusto per l’intrattenimento sempre presente in John Grisham viene fuori soprattutto nei paragrafi che trattano della vita privata di Sebastian Rudd, avvocato all’incirca quarantenne con la fama di difensore dei peggiori criminali. Lui non è certo uno stinco di santo, anzi. Gira armato e con un aiutante-guardia del corpo-tuttofare grande e grosso, frequenta i bassifondi, scommette su match di cage fighting (le violente e famigerate arti marziali miste) ai quali porta persino suo figlio di otto anni, è sempre in mezzo ai guai con la sua ex moglie, si porta a letto la maestra del bambino di cui sopra e finisce pure nelle mire poco raccomandabili dei suoi stessi assistiti.

Sebastian Rudd è fortemente contro il sistema, scaltro e spregiudicato ai limiti dell’eccesso, anticonformista e sprezzante verso le istituzioni, non ha mai paura di sporcarsi le mani e di ricorrere a metodi poco ortodossi. Ma è anche un avvocato esperto, capace e dotato di una profonda umanità, tale da fargli perdonare una condotta di vita piuttosto disordinata e rischiosa. Per i suoi clienti, per non far mancare loro una giusta assistenza legale, si butterebbe nel fuoco.

I TEMI

L’avvocato canaglia condensa una serie di tematiche tipiche dei romanzi di John Grisham e altrettante novità: la figura dell’avvocato di strada è già comparsa più volte, anche se mai con queste caratteristiche; troviamo anche la pena di morte (di cui il protagonista, probabilmente rispecchiando il pensiero dello scrittore, critica e sbeffeggia gli ipocriti rituali che precedono l’esecuzione), il disprezzo per la mentalità chiusa delle cittadine del Sud (gli abitanti di Milo sono definiti da Rudd “bifolchi razzisti” e la cittadina esiste davvero, in Missouri), i momenti del processo dalla selezione della giuria alla sentenza finale e molto altro.

Tra le novità, spicca la descrizione poco edificante della polizia, o almeno di una parte di essa: i tutori dell’ordine sono rappresentati come “poliziotti guerrieri” (è anche il titolo della terza parte), spavaldi e arroganti, falsificatori di prove, uccisori di persone innocenti e addirittura di animali indifesi, rapitori di bambini, agenti corrotti e senza scrupoli.

Emblematico questo scambio di battute: “Chi sono questi delinquenti?’ chiede Thomas con aria smarrita. “La polizia. I buoni”. Nel romanzo vengono particolarmente evidenziate le conseguenze di un uso eccessivo della forza da parte della polizia. Ed è difficile che, seppur nella finzione di un romanzo, John Grisham non si sia ispirato a qualche fatto realmente accaduto. Probabilmente a più di un sostenitore delle forze dell’ordine fischieranno le orecchie…

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